Al centro non ci va nessuno: la mappa segreta dei ruoli nel calcetto dei domenica
Photo: Marc Merlin, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
C'è un momento, in ogni squadra amatoriale, in cui si smette di distribuire i ruoli e si comincia a subentrarli. Non c'è un allenatore, non c'è un verbale: sono i fatti a parlare. E i fatti dicono che Marco gioca sempre davanti, che Luca fa il portiere "solo per stasera" da tre anni, e che nessuno, ma proprio nessuno, si offre volontario per coprire il centro.
L'attaccante è uno stile di vita
Chiedi in qualsiasi campo in erba sintetica di periferia, dal torneo aziendale alla partita tra amici del liceo: tutti vogliono fare l'attaccante. È comprensibile, in fondo. È il ruolo dei gol, dei tabelloni, delle esultanze davanti alla recinzione. Il "fenomeno" della squadra — quello che scassa sempre, che si lamenta se la palla non arriva, che segna tre gol e ne butta a mare dieci — esiste in ogni gruppo. E di solito è anche una brava persona, a cena.
Il problema non è il talento. Il problema è che il posto fisso in attacco si autoalimenta: chi non marca mai si stanca meno, chi si stanca meno segna di più, chi segna di più non viene mai sostituito. È un circolo virtuoso per lui e un giro di corse in più per tutti gli altri.
Il portiere sacrificato, o l'arte del "ci pensa Luca"
Poi c'è il portiere. Nelle squadre amatoriali il portiere raramente si sceglie: si subisce. Qualcuno dice "Luca ci sta, tanto lui non corre", e da quel momento Luca è il portiere. Per sempre. Anche quando Luca, in realtà, vorrebbe giocare e magari ha comprato un paio di scarpe nuove apposta.
Il portiere amatoriale è la figura più generosa e più invisibile del calcio a cinque. Prende la pioggia in faccia, i tiri a bruciapelo dei colleghi che si scaldano, e nessuna gloria. Se para: "era facile". Se prende gol: colpa sua, ovviamente.
E il centro? Al centro non ci va nessuno
Ma il vero mistero è il centro. Il ruolo più impegnativo, quello che fa da cerniera, che marca, che costruisce, che copre il difensore quando sbaglia. Al centro corri il doppio di tutti, tocchi la palla il doppio di meno e i gol li fai solo se resti in campo quando la squadra è allo sbando.
Il risultato? Il centro è sempre il ruolo "di chi c'è". Non di chi lo sceglie: di chi lo subisce. Di solito il giocatore più corretto della squadra, quello che non fa scenate, che finisce con le gambe in pezzi ogni domenica e con la sensazione di aver lavorato invece di aver giocato.
Quando le gerarchie si rompono (e la squadra con esse)
Finché funziona, questo sistema informale regge. Ma ogni giocatore del weekend ha visto crollare almeno una squadra per colpa dei ruoli: l'attaccante fisso che si offende se lo fai marcare, il portiere che mollano tutto a stagione inoltrata, il centro che un giorno semplicemente non si presenta più. Non è il gioco a far scoppiare i gruppi: sono i privilegi non discussi.
Cinque mosse per girare i ruoli senza fare la rivoluzione
La buona notizia è che basta poco per ribilanciare, senza trasformare la partita della domenica in un congresso:
- Rotazione dichiarata del portiere: ogni tot partite, a turno, tutti. Chi si lamenta, gioca doppio turno.
- Il cambio in corsa: chi segna meno di due gol a partita, una frazione la fa in difesa. Semplice matematica.
- Premio al centro: anche solo simbolico. Il migliore in campo del mese si decide in base alle corse, non ai gol.
- Chi arriva tardi parte dal centro: funziona meglio di qualsiasi multa.
- Una chiacchierata al terzo tempo: sì, proprio lì. A volte basta dire "Luca, vorresti giocare?" per cambiare tre anni di equilibri.
Il bello è giocarci tutti
Lo sport amatoriale è bello perché è libero: nessun tecnico, nessun tesserino, solo un campo e gli amici. Ma la libertà senza regole genera gerarchie, e le gerarchie non discusse generano rancori silenziosi. Girare i ruoli non è solo una questione di tattica: è l'unico modo per far durare il gruppo più a lungo della squadra.
E poi, diciamolo: provare a fare il portiere, una volta, fa capire molte cose. A partire da quanto Luca è stato paziente.